Il Festival della Satira di Salerno non può non aderire all’ondata di risentimento che ha fatto seguito alla
condanna delle vignette di
Vauro . La direttrice artistica Emanuela Marmo intende esprimere pubblicamente il proprio sostegno e alla trasmissione televisiva
AnnoZero e al vignettista.
Cogliamo l’occasione, inoltre, per condividere alcune riflessioni.
Sembrerebbe inutile ricordare non solo la liceità, bensì l’utilità del dubbio e della critica quali momenti fondamentali di qualunque esperienza di intelligenza e scelta.
Circolano innumerevoli definizioni sbagliate di “satira”, persino in alcuni pronunciamenti della Cassazione, sbagliate in senso storico e in senso estetico.
La satira non deve far ridere. La risata è il fine della comicità, nella satira la risata è una figura retorica: il ridicolo, l’insulto, l’offesa, l’ironia, il sarcasmo, il grottesco, il volgare, servono, sono strumenti artistici della satira, la quale per suo statuto originario e connaturato si rivolge “contro” qualcosa o qualcuno. È come pretendere che due pugili in campo si scontrino senza farsi troppo male…
Il ruolo della vignetta, oggi, il più delle volte è di accompagnare le notizie, fornendo una sintesi dei contenuti del dibattito, naturalmente cercando di far emergere quanto l’informazione ufficiale non è in grado o non è interessata a mettere in luce. Tra gli scopi ultimi della satira c’è quello di rompere l’automatismo con il quale leggiamo le notizie, infondere il senso critico, in vista di una matura partecipazione agli argomenti di interesse collettivo. Ogni volta che la satira punta l’indice lo fa a vantaggio di una maggiore giustizia sociale, si serve di mezzi shockanti perché è nell’essenza della sua struttura artistica essere breve, fulminante, maneggiare temi di evidente e tesa sensibilità.
L’accanimento contro la vignetta di Vauro ci sembra strumentale e induce il sospetto che qualunque cosa avesse detto o disegnato l’autore sarebbe stato il pretesto di una sua messa al bando, dal momento che, a nostro avviso, la vignetta incriminata non contiene alcun elemento che possa giustificare di per sé un tale scalpore di condanna. In un momento in cui si parla giustamente di prevenzione, in cui la qualità edilizia è il punto di equilibrio di una prassi sotterranea, però innegabile, che purtroppo mette in pericolo i cittadini italiani; in un momento in cui si è potuto tristemente e tragicamente constatare che una cattiva e superficiale pianificazione, unita a procedure irregolari o immorali nell’edificazione di strutture residenziali e di pubblica utilità, produce morti e feriti, riteniamo siano consequenziali, oltremodo inevitabili e legittime riflessioni sul dopo ispirate a un regime di severità e diffidenza. Non ci pare di poter rivelare che in Italia ci sia la tendenza a non ripetere gli errori, pertanto riteniamo di grande utilità il messaggio ironico e duro di chi, attraverso una macabra satira, possa offrirci un monito e dirci: Attenti! Terremoti e alluvioni, in Italia, di solito, hanno portato non ricostruzione e prevenzione, bensì speculazione e cementificazione. Se ripetiamo questi errori, non potremo che piangere altri morti.
Perché la Satira non può buttarci sotto gli occhi ciò che è vero o che è plausibile?
La vignetta di Vauro non è altro che la voce disincantata e sagace di uno spirito diffuso, non è altro che l’interpretazione satirica e artistica di un pensiero che potrebbe appartenere a molti. Interdire a Vauro la libertà di esprimere questa opinione nella sede artistica della satira, significa impedire a questo spirito che pure corre, anche tra le vittime, di essere ascoltato. Confondere volutamente e scientemente le finalità o i mezzi della satira con quelli di un comune sfogo o dileggio individuale, significa negare alla satira il suo statuto artistico e culturale e, negandole la particolare libertà che da ciò le deriva, significa anche dire che, come Vauro non può puntare l’indice contro qualcosa o qualcuno, ugualmente non lo possiamo noi, perché ciò che la satira può fare è esattamente ciò che può fare il comune cittadino. Se alla satira venisse riconosciuta quella zona franca che le spetta di diritto, pensieri, paure, sospetti, rabbia, senso di ingiustizia troverebbero la loro adeguata sublimazione, e ciascuno di noi nell’esprimere liberamente opinioni, critiche e dubbi, sentirebbe di meno, molto di meno, la necessità di incorrere nel vilipendio, nel turpiloquio, nell’agitazione: il dibattito e il confronto critico, cioè, potrebbero essere più sereni, perché in altri ambiti della vita culturale del Paese – come è giusto, importante e vitale che sia – sarebbe consentita la libertà, l’immaginazione, la catarsi.
La satira non può essere ben educata e se desideriamo un Paese civile ed educato è bene riconoscere alla sua cultura gli adeguati spazi di libertà, quale una civiltà matura, consapevole, intelligente e informata può permettersi, sostenere, assorbire. Un Paese adulto può confrontarsi con temi dolenti e avversi a ogni retorica come la morte, l’illegalità, l’abuso di potere e la sete di potere. Un popolo adulto ha la maturità e l’intelligenza per elaborare questi contenuti esattamente come può gestire senza perversioni e con la dovuta leggerezza bonaria la visione di spettacoli televisivi di prima serata che ci offrono la possibilità di godere del corpo di professioniste televisive, emancipando la loro immagine e liberandole dall’accusa di apparentamento a più equivoche performance, quali è possibile vedere lungo certe strade o in certi locali.
I nostri politici, di qualsiasi corrente e partito, non sono affatto incapaci di riconoscere il diritto di satira, quando questo concorre a sostenere la loro reputazione o loro messaggi. Ci appelliamo dunque a questa capacità affinché venga utilizzata sempre, e disinteressatamente. È una richiesta molto esigente, ma dal momento che la nostra classe dirigente esige da noi pazienza, collaborazione, consenso, non ci pare di chiedere un sacrificio sbilanciato. D’altro canto i nostri diritti di scelta, di opinione, di espressione, di pensiero e di associazione sono sanciti dalla Costituzione e non costituiscono “beni” che i Governi possano a loro discrezione concedere o meno.