Il festival e la satira
di Emanuela Marmo
Nel redigere la programmazione dell’edizione 2008 abbiamo cercato il più possibile di non allontanarci da una intenzione di fondo che, a nostro avviso, parte da una premessa apprezzabile: il senso di un Festival è quello di essere un momento eccezionale. Il nostro programma, allestisce una serie di esperienze concepite e realizzate esclusivamente per il Festival. Anche la partecipazione di personaggi noti è inserita in modo che non risulti replicabile né mutuata da situazioni esterne. Finanziare una produzione o assicurare al Festival delle anteprime è nei nostri progetti, ma al momento è un impegno economico che non possiamo sostenere. Abbiamo potuto però insistere sulla ricerca, sullo studio e sulla conoscenza di esperienze culturali lontane dalla nostra o meno conosciute.
In ragione dei nostri obiettivi, presenti e futuri, stiamo determinando la decisione di dare vita a una cooperativa, che faccia capo a un insieme di iniziative e che costituisca il primo passo verso la costituzione di qualcosa di più ampio e di maggiormente strutturato.
Ogni volta che illustriamo il concetto di base del Festival e il compendio di attività che stiamo per intraprendere, le persone ci chiedono “Ma come mai questa passione per la satira?” Lo chiedono come se fosse una cosa insolita o poco comprensibile; forse appare realmente tale a un pubblico che per tradizione segue preferibilmente la comicità. Tuttavia, a uno sguardo complessivo, a noi sembra che nel nostro Paese di satira si cominci a parlare molto e a più livelli. Non siamo affatto isolati nel nostro ragionamento, anzi ci reputiamo inseriti in un momento di protagonismo della satira, in risposta ad un bisogno tangibile di informazione, di critica, di dissenso. Ci sembra anche che il fenomeno avvenga nella cornice naturale, quindi nel vivo di un dibattito che non trova un equilibrio nell’oscillare tra apprezzamenti e demonizzazioni. Nonostante ciò, dicevo, non è raro imbattersi in esclamazioni di sorpresa: perché la satira e non la comicità?
Comicità e satira, entrambi parte fondamentale della cultura del nostro Paese sono due generi sostanzialmente diversi. È vero, talora partono da una comune visione della vita, dalla coscienza cioè che essa è dura, difficile, troppe volte sbagliata. Mentre la comicità ride per sopportare, la satira ride per colpire e disarmare le personificazioni – occasionali e strumentali – che si associano alle difficoltà, alle assurdità, alle ingiustizie individuate. La saggezza del comico che ride dei mali per sopportarli e che nella tradizione meridionale vanta esempi artistici di indiscutibile valore, non soppianta la potenza creatrice e vitale della satira che ride contro il “male” per metterlo in fuga, per neutralizzarlo. Per questo la satira denuncia e per questo la satira offende.
L’altalena tra ciò che l’artista vede come male e chi – secondo l’artista – lo incarna, ci sospinge verso la grande e irrisolta questione satira-potere.
E quindi la domande successive vertono sulla censura. Esiste? Ne abbiamo paura?
Ebbene, la censura è uno di quei mali di cui non intendiamo sorridere, perché non va sopportata. Riteniamo che vada combattuta. Il potere si mantiene sul consenso (perdonate l’eccessiva semplificazione) e non può che temere – nel peggiore dei casi avversare – tutto ciò che mostri di voler sgretolare la base su cui esso si regge. La difesa della libertà, infatti, non ce l’aspettiamo dal potere, ma dalla collettività che ha il dovere e il diritto di esprimerne il bisogno, premendo sui propri rappresentanti, a quali ha appunto delegato il compito di tutelare gli interessi e i diritti di tutti, e quindi ha dato il “potere” di farlo.
Siamo noi – i cittadini, la società civile – che dobbiamo chiedere continuamente spazi di libertà, di informazione, di verità. Perché non è male essere liberi, non è male sapere la verità sul conto di chi ci amministra, essere informati su quanto accade, non è male evidenziare le perversioni che il nostro sistema di abitudini e valori genera. La difficoltà nell’ottenere questi spazi o la contestazione che ne deriva, non ci inducono a parlare automaticamente di censura, che pure sussiste come rischio e come tentativo. Resta pur sempre vero che la ricerca di giustizia non può mai darsi per conclusa. La democrazia come forma di governo non può essere data per scontata.
La comicità non riesce veramente a renderci disincantati e pazienti. La satira non riesce veramente a cambiare le cose o a punire i corrotti. Il Guernica di Picasso ci mostrò quanto brutta fosse la guerra, tuttavia nessuno ha smesso veramente di farla. Eppure l’arte non è inutile, al contrario è necessaria. È la nostra memoria di uomini., genera sempre e comunque luoghi di comunicazione, di scambio, serve a capire. Sorregge la scelta e la volontà – per chi ce le ha – di migliorare.