> 18.06.10 SATURNO SEGNALA. NEWS DAL MONDO DELLA SATIRA
57 > Vincino vince il premio giornalistico "Viareggioterzapagina" | 56 > Bend it like Beaut di Ben Voss | 55 > Le scoasse cabaret | 54 > "L'Apocalisse rimandata" di Giulio Cavalli | 53 > Arti Vive Festival premia Fricca | 52 > Gene Gnocchi Show in autunno su Rai Tre | 51 > Spinoza, un libro serissimo 50 > Asini, Muli, corvi e maiali: la satira in Italia tra Stato e religioni al Museo di Scienze Naturali a Torino 49 > I fratelli Origone sull’iPhone | 48 > Paolo Rossi e i detenuti di via Dante | 47 > Opere scelte di Ennio Flaiano | 46 > Peppino Impastato: Onda pazza 2

> 05.04.10 LE VIGNETTE DI ZURUM
papello

> 17.05.09 VINCINO. PAGINE SCOMPOSTE (A CURA DI MICHELE MORDENTE)
On-line le mostre della seconda edizione del Festival della Satira

> 16.12.09 LE VIGNETTE DI GIANCARLO COVINO
Sicurezza "ad personam"


> TUTTE LE NEWS
Festival Internazionale della Satira di Salerno
    IT   EN Il Festival |  Edizioni Precedenti |  Ospiti |  Pubblicazioni |  Cultura Satirica |  Ricerche + Dossier |  Foto |  Video |  Cerca  
  Ricerche + Dossier

La satira: analisi di una musa infetta

Satira Nazista

Barry Fantoni - L’occhio della satira

Daniele Luttazzi. Lingua sciolta - lingua legata

In search of the successful recipe for political satire in theatre

VINCINO. Pagine Scomposte

CORAX. Il grande vignettista serbo contro il regime di Milosevic

La satira: dalla sua definizione alla sua espressione in ambito televisivo. Un confronto tra Germania e Italia

4. La tecnica satirica
di Steve Penner (tesi di laurea in Scienze della comunicazione - anno 2008)

vai all'indice


la satira ha sempre una vittima, la satira critica sempre”
Pollard (1970)


Quali tecniche utilizza
la satira? In questo parte cercheremo di capire quali tecniche sono
utilizzate da quei persuasori arguti che hanno animato la
storia della satira. Per comprendere ciò dobbiamo innanzitutto
mettere in chiaro che la satira, sebbene abbia come soggetto le più
crude realtà dell'esistenza umana, intende farci ridere, o
sorridere: una specie di mezzo sorriso che non è provocato in
mondo irrefrenabile dalla situazione.



Ma che cos'è il
riso? La sua definizione è ancora molto incerta ma un bravo
dottore potrebbe indicarcene i sintomi: scoppi spasmodici,
scuotimento dei muscoli addominali, lacrime e persino, in casi
estremi, perdita del controllo della vescica.



Che cos'è che lo
provoca? La causa primaria, probabilmente, è il sollievo da
una tensione. Konrad Lorentz (1973)
immagina un gruppo dell'età della pietra che attraversa
la boscaglia scosso da un incontro recente con una tigre dai denti a
sciabola, all'improvviso si sente un rumore, tutti si allarmano ma
poi si scopre che era un antilope. “La paura muta in chiacchere
eccitate, in sollievo, e infine in gaie risate”. Se immaginiamo
lo stesso gruppo preistorico la sera, intorno al fuoco dopo un buon
pasto, mentre ricorda le esperienze della giornata e ne ride ancora,
possiamo individuare gli albori di una letteratura comica. Possiamo
dedurne che per Lorenz la risata è frutto del sollievo da una
tensione. Questa però non può essere l'unica
spiegazione poiché questo fenomeno si manifesta in circostanze
troppo differenti fra loro.



Un'altra spiegazione è
quella per cui il riso sia uno dei modi per scaricare l'energia
fisica superflua. Freud (1905)
osserva che gran parte della commedia di movimento richiede
dispendio di energie non necessario, cui lo spettatore suggestionato
dalla mimica degli attori, risponde con il dispendio della propria
energia nel riso.



Hobbes (1655) da una
spiegazione differente: “Non è se non esultanza
immediata per l'improvvisa constatazione di qualche superiorità
in noi, in confronto alla debolezza di altri, o della nostra povertà
stessa”. Secondo questa spiegazione noi di solito ridiamo delle
sventure altrui o dei nostri successi nel sopraffare deliberatamente
competitori e oppositori e di correre in prima linea nella lotta per
la vita. Questa teoria pur essendo pessimista ci fa capire meglio il
riso derisorio della satira: il gesto è aggressivo, dichiara
guerra ai proprio simili, sia pure in nome della buona causa.



Riguardo all'argomento
riso non possiamo non menzionare ancora Sigmund
Freud (1905) quando afferma
che coloro che inventano le
migliori facezie spinte siano affetti da un'inclinazione repressa al
esibizionismo, che nella loro sessualità vi sia una forte
componente di sadismo più o meno inibito nella vita reale e
che spesso hanno una personalità discontinua incline a
disordini nervosi. Secondo la sua teoria, le frecciate spiritose
contro il resto del mondo sono conseguenze e insieme sollievo dalle
proprie sofferenze. Come sappiamo le idee espresse dal fondatore
della psicanalisi sono state in gran parte confutate ma è
impossibile non confrontarsi con esse. In ogni caso la tematica del
riso esula dai confini di questa tesi e per questo riserviamo un
approfondimento a più ampi studi.


Detto
questo è utile operare la distinzione tra spirito e umorismo.
Fare dello spirito è un po' come fare della poesia, poiché
dipende dall'abilità di scoprire e rivelare al potenza
nascosta del linguaggio: somiglianze di suoni, inaspettati
parallelismi della grammatica e della sintassi. Se andiamo a
osservare da vicino i motti di spirito ben funzionanti troviamo tra
le loro caratteristiche: ingegnosa stringatezza, improvvisa
rivelazione di corrispondenze nascoste e connessione di idee non
congruenti. Questa connessione di idee non congruenti è stata
studiata da Arthur Koestler che
con la
sua teoria della “bisociazione”
(1975) mette in luce come nel discorso ordinario e nel pensiero
logico si segue una data serie di regole, fissate dalla logica e
dalla grammatica, che egli chiama “strutture schematiche di
riferimento”. Fare dello spirito vuole dire , secondo lo
studioso, proiettare simultaneamente, o in rapida successione,
un'idea o un fatto entro due strutture schematiche di riferimento
abitualmente incompatibili tra loro. Invece di essere associata ad un
unico schema l'idea è “bisociata”. L'umorismo
invece è una leggera canzonatura di se stessi e del mondo, è
una cura omeopatica contro le beffe crudeli che toccano la razza
umana. L'umorismo così inteso non ha nulla a che vedere con la
satira, anzi, è nemico della satira, come afferma Ronald Knox
(1928)
“l'umorista corre con la lepre; il satirico
insegue con i cani”. È la differenza che fa Dario Fo
tra satira e sfottò. La satira si serve dello spirito per
raggiungere i suoi fini: colpire un costume politico ritenuto
deleterio per il popolo, irridere il potere e far indignare sulle sue
malefatte, esporre un punto di vista, una specifica morale.



Ma quali tecniche
utilizzano gli autori di satire? Hodgart (1991) ci fa notare come la
tecnica fondamentale della satira sia la “riduzione”.
Attraverso di essa si svaluta, si riduce la statura e la dignità
della vittima. La si può rimpicciolire fisicamente come fa
Swift nei Viaggi di Gulliver con
la politica inglese riducendola su scala Lillipuzziana. Oppure
la si può sottrarre all'appoggio del rango, della dignità,
dell'abito. Sotto gli abiti splendidi non c'è nulla, c'è
un mortale qualunque. L'immagine dell'uomo spogliato è
un'immagine molto usata dalla satira, quando si toglie la tunica il
prete perde della sua autorità, così il generale, il
politico o l'eroe. Svestito, l'uomo rivela la sua natura animale,
l'autore di satire si riferisce al mondo animale per ricordare che
l'homo sapiens, nonostante le sue aspirazioni spirituali, resta
sempre un mammifero che mangia, defeca, rutta, ha i mestrui,
partorisce e si ammala di brutti malanni. Egli cerca di svelare la
falsa maschera di razionalità degli uomini, fa emergere gli
istinti. L'autore satirico presenta la sua vittima come pazza,
inconsapevole delle proprie azioni oppure malvagia e del tutto
conscia di ciò che fa senza sentirsi colpevole. Pensiamo a
degli esempi a noi contemporanei: l'Emilio Fede o il Santone
che porta la parola di Quelo di Corrado Guzzanti, il Cetto
La Qualunque
di Antonio Albanese. Tutti questi personaggi sono
mostrati come inconsapevoli di ciò che fanno, come dei folli
che agiscono per istinto e turpi voglie. Le vittime di questi moderni
autori di satire sono condannate a ripetere continuamente i medesimi
movimenti senza senso, come i dannati dell'Inferno di Dante. É
la bravura del mimo che riesce a cogliere i gesti meccanici e
inconsci per poi riprodurli insistendo nella ripetizione, che crea
una somiglianza tale che il modello diviene subito riconoscibile, una
caricatura che fa scoppiare il riso in sala.



Il corrispondente della
caricatura in letteratura è la parodia, della quale troviamo
il primo esempio ne Le rane di Aristofane, dove sono presi in
giro, in chiave umoristica, Eschilo ed Euripide. Se tale parodia è
utilizzata in chiave satirica essa riduce lo stile personale di un
altro scrittore a un mucchietto di formule retoriche e tic verbali.
Quest'ampio uso della parodia mette in luce una caratteristica
pregnante della satira ovvero l'intertestualità, che consiste
nell'emergere di altri testi e parole all'interno del testo satirico.
Il satirico utilizza il linguaggio del nemico per denigrarlo e
sfruttando la libertà espositiva fuori da ogni genere gioca
con la parola dell'altro, nel pentolone mescola testi di ogni tipo in
base ai bisogni della sua argomentazione o ai lucidi deliri della sua
fantasia. Il fruitore diviene parte attiva di questo processo nel
senso che sta a lui comprendere i nessi tra i diversi testi che si
stratificano e si intersecano, diviene egli stesso un costruttore di
pratiche significanti attraverso la decodifica del messaggio, la sua
intelligenza interpretativa viene sollecitata ed è forse
questo l'aspetto più vivo e creativo, didatticamente
funzionale di un testo satirico.



Un altro esempio di
riduzione è la distruzione del simbolo. La vita umana si
svolge tra simboli, religiosi e politici che siano, come la croce, la
mezzaluna, il tricolore e la stella rossa che rappresentano
solidarietà e aspirazioni di un gruppo, un modo di vivere, un
programma per il quale si vuole militare. Quando il satirico ha come
obbiettivo il dimostrare che l'emblema è utilizzato per fini
iniqui, per esempio nasconde tiranni o demagoghi, finge di non
comprendere la sua funzione di simbolo e presenta la cosa in tutta la
sua materialità. La bandiera diviene un pezzo di stoffa
qualunque, la croce un normale pezzo di legno. I più
vulnerabili in questo senso sono le religioni e gli eserciti che
fanno un grande utilizzo di simboli per far da collante tra fedeli e
truppe.



Hodgart (1991) ci fa
notare come, allo scopo di aver maggior libertà espositiva
l'autore si avvale di un io narrante alternativo, ingenuo ma
intelligente, qualcuno che per qualche motivo ha un occhio diverso
sul mondo, non educato alle regole e alla simbologia nostrana.
Pensiamo a due opere che non sono propriamente satire ma utilizzano
questa tecnica per criticare il mondo i cui viviamo: Alice nel
paese delle Meraviglie
e Forrest Gump. Nel primo caso si
tratta di una bambina che si trova alle prese con un mondo capovolto,
eccentrico, ma intriso di verità. Nel secondo caso è un
demente, un inetto, che attraverso la sua storia ci racconta quella
degli ultimi quarant'anni negli Stati Uniti, facendoci ridere ed
indignare. Pensiamo anche ad alcuni personaggi di Luttazzi come il
Professor Fontecedro e la sua follia da istrione che salta
l'argine tra realtà e fantasia o il giornalista Panfilo
Maria Lippi
, anche lui affetto da un'allegria infantile e
giullaresca. L'autore di satire si mette una maschera al fine di
smascherare gli altri, di spogliare le vittime dei simboli, del rango
e dei vestiti per rivelare la nudità corrotta che nascondono.
La satira mostra il teschio dietro la carne, la malattia schifosa e
vergognosa dietro alla pelle liscia. Il satirico è un chirurgo
che viviseziona i suoi cadaveri, usa il suo spirito e la sua capacità
di analisi per togliere i paraocchi, sana con la morale ciò
che ferisce con lo spirito.



La satira si serve anche
dell'invettiva e dell'ironia.
L'invettiva è pericolosa perché può danneggiare
sia l'autore di satire che le vittime. L'autore è vulnerabile
perché denuncia spiacevoli verità, rischia di cedere
all'orgoglio o a cadere nella volgarità gratuita, è
sempre in pericolo di prendere un infezione dai suoi stessi nemici.
L'invettiva necessita di eleganza di forma per far dimenticare la
grossolanità del contenuto, riferimenti alla cultura per
mascherare l'insulto aperto. L'ironia invece è più
obliqua, attraverso di essa l'autore di satire può cancellare
le proprie intenzioni, sfuggire ad ogni definizione del proprio io,
lasciare all’interlocutore la responsabilità di
individuare il livello su cui si muove senza la violenza delle
espressioni dirette. Utilizzata nella satira essa serve per creare
complicità tra il satirico e il suo audiance a discapito del
oggetto dell'ironia. I riceventi traggono piacere dalla decodifica
del messaggio indiretto. Come ci fa notare Marina Mizzau (1984)
l'ironia si avvale spesso della menzione del linguaggio altrui,
utilizzandolo per deridere qualcuno o qualcosa, dice non dicendo,
opera l'inversione semantica attraverso il meccanismo antrifrastico
(il significato latente dell'enunciato è esattamente il
contrario di quanto appare sul piano dell'espressione). Per le sue
caratteristiche l'ironia è un ingrediente molto importante
all'interno della ricetta persuasiva del satirico.



Il linguaggio dell'autore
di satire è chiaro, virile, lucido. Egli riduce, semplifica il
più possibile, si appella al senso comune e alla logica del
due più due fa quattro. É un linguaggio che si avvale
delle figure abitualmente utilizzate nell'arte retorica, dei tropi,
ovvero quelle trasposizioni di significato da una all'altra
espressione. I tropi fanno parte dell' Ornatus che in
chiave metaforica è definito come ornamento del banchetto di
cui il discorso è la pietanza [Garavelli, 1989]. Esempi di
tropo sono: la metonimia (chiamare qualcosa con il nome di
qualcosa d'altro che ha un legame con quella cosa), la sineddoche
(chiamare una parte per il tutto e il tutto per una parte), la
metafora ( sostituzione di una parola con un'altra il cui
senso letterale ha una qualche somiglianza con il senso letterale
della parola sostituita), la perifrasi ( fare un giro di
parole, andare attorno al termine), l'antonomasia (sostituzione del
nome proprio con un epiteto), l'enfasi (il dare ad intendere
più di quanto sia esplicitamente detto), la litote (la
negazione del contrario), e soprattutto l'iperbole (l'eccesso,
l'esagerazione). Altri espedienti retorici utilizzati sono: il climax
(ascendenza), l'anticlimax (discendenza) e l'allegorismo
(serie di metafore che gioca su di un medesimo campo semico).



Analizzate le tecniche,
l'uso dell'io narrante alternativo e le figure retoriche utilizzate
dal satirico per rendere omaggio alla sua musa, non ci resta che
chiederci come si pone quest'ultimo nei confronti del lettore.
Secondo Pollard (1970) la prima missione del satiro è quella
di convincere i suoi ascoltatori dell'importanza, e ancora di più,
della necessità, di quello che lui sta facendo. Egli deve far
passare l'idea che la satira è necessaria per la vita
intellettuale dell'uomo e che il satirico sia un pubblico
benefattore. Per fare ciò deve essere estremamente
intelligente, sensibile, disilluso, alienato. Per avere successo però
deve apparire distaccato, ben bilanciato, giudizioso e soprattutto
deve sembrare migliore di quanto egli voglia dare a vedere. La
missione del satirico è quella convincere lo spettatore ad
indignarsi e a condannare le brutture del mondo, e questo lo fa
muovendolo attraverso diverse emozioni che vanno dalla risata e il
ridicolo al arrabbiatura e l'odio; passando dalla leggera ironia al
sarcasmo a seconda della gravità del problema discusso. Lo
spettatore va persuaso. Attaccando qualcuno il satirico cerca di
rendere complice l'ascoltatore che partecipa con lui nel suo senso di
superiorità sulla vittima. In sostanza il pubblico gode delle
offese ricevute dalla vittima confortato dal fatto che ella se le è
meritate. Con questo non si vuole delineare la figura dell'autore di
satire come quella di un individuo privo di moralità. Egli
infatti mette tutta la sua bravura e le sue doti a servizio della
satira, in nome di una moralità più alta, in modo che
essa svolga la funzione che la maggior parte delle grandi letterature
fanno: “istruire e divertire”.


vai all'indice







 
  Contatti |  Newsletter |  Links Festival Internazionale della Satira di Salerno