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Satira Nazista

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Daniele Luttazzi. Lingua sciolta - lingua legata

In search of the successful recipe for political satire in theatre

VINCINO. Pagine Scomposte

CORAX. Il grande vignettista serbo contro il regime di Milosevic

La satira: dalla sua definizione alla sua espressione in ambito televisivo. Un confronto tra Germania e Italia

3. Satira e politica
di Steve Penner (tesi di laurea in Scienze della comunicazione - anno 2008)

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Come sostiene M.Hodgart (1991), fra la politica, intesa in senso generale, e la satira, esiste una stretta relazione: la satira non è solo la forma più comune di letteratura di indole politica, ma, in quanto cerca di influire sulla condotta dei cittadini, è la forma di letteratura più imbevuta di politica. Entrambe sono necessarie, infatti ci sarà sempre bisogno di apportare riforme ai sistemi sociali e giuridici e l'unico mezzo per realizzarle è la politica, mentre la satira soltanto è in grado di produrre acidi abbastanza potenti da sciogliere le barriere mentali che ostacolano le riforme. Sta di fatto che i maggiori autori di satire si sono interessati di politica e i più con spirito contrario al governo del proprio paese.



I nemici della satira sono i tiranni e il provincialismo. I tiranni perché avversano ogni specie di critica, il provincialismo perché nella vita di provincia si teme che le critiche possano minare l'ordine costituito e le convenienze. La satira non fiorirà sotto Stalin, ne nei piccoli centri di provincia. Alla satira politica occorre un po' di libertà, lo sfondo di grandi centri, e una certa raffinatezza, sia politica - l'autore e il pubblico devono capire qualche cosa di politica - che estetica, - lo scrittore deve saper contemplare la scena politica con distacco e con spirito - altrimenti il suo è uno sfogo polemico e nient'altro.



Nei tempi gloriosi d'Atene, nel V secolo, tali condizioni toccavano la perfezione: Aristofane commentava i fatti del giorno con libertà senza pari e inesauribile inventiva, combinando assieme le tradizioni satiriche precedenti, l'attacco personale e la parodia carnevalesca.
Metteva in scena concittadini in carne e ossa, come Cleone e Socrate, col loro nome creava meravigliosi reami di fantasia, dove l'ordine sociale e politico costituito subiva le più pazze inversioni e trasformazioni. La prima commedia a noi pervenuta, Gli acarnesi, fu rappresentata nel 425 a.C. quando Aristofane era appena ventenne: si batte vigorosamente in favore d'un armistizio nella dura guerra con Sparta e contro il partito guerrafondaio, condotto dal demagogo Cleone. In questa commedia è rappresentato l'eroe pacifista Diceopoli che entra in assemblea e con una serie di comiche
affermazioni converte l'intero coro e lo convince che le cause della guerra sono ridicole. Nel finale, il suo avversario, il generale Lamaco, autentico personaggio ateniese, torna sconfitto e ingloriosamente ferito, mentre il saggio Diceopoli se la sta godendo un mondo con feste, musica e donne. Nella commedia seguente, I cavalieri (424 a.C.), Aristofane passa da un attacco alla politica di guerra di Cleone a un attacco aperto al capo del partito democratico in persona (che era l'equivalente del nostro primo ministro). Si dice che gli artigiani delle maschere si rifiutassero di fare quella di Cleone e che Aristofane stesso interpretasse la parte, ma che la commedia potesse essere data in pubblico con Cleone tra gli spettatori è un altra prova della libertà degli ateniesi. Le nuvole (423 a.C.), è la più sottile e divertente fra le commedie aristofanee e vuole colpire il nuovo tipo d'educazione impartito a pagamento dai sofisti ad Atene. Nella
parte in cui sono presenti due personaggi allegorici, il Discorso Giusto e il Discorso Ingiusto, troviamo una regola
generale che della satira aristofanesca, buona anche per quella di Rebelais e di Swift: se l'artista canzona qualche cosa, che è il contrario del proprio ideale, tende a fare dello spirito anche su quest'ultimo, perché la satira spesso non può fare altro che uscire dagli argini e prendersi gioco di ogni cosa.
Infatti, se il Discorso Ingiusto è aladino della nuova educazione, corruttrice, l'educazione all'antica, quella degli eroi di Maratona e della vita semplice dei padri, deformata comicamente,
si riduce all'atletica, al canto corale e a fuggire l'omosessualità.
Ne Le Vespe (422 a.C.), invece, vuole colpire sia la rissosità dei vecchi e il sistema di eleggere giurati a pagamento sia il suo
nemico giurato Cleone e il suo partito che si valgono di questo sistema per i loro fini. Le due commedie seguenti, La pace e Gli uccelli, abbandonano la satira politica, forse per la situazione di guerra troppo scottante, tornano al motivo della satira
carnevalesca primitiva, rifugiandosi dagli orrori della guerra in fantasie geniali. Il poeta torna alla propaganda pacifista con Lisistrata (411 a.C.), che mostra in modo chiarissimo la
derivazione dalla satira carnevalesca. In questa commedia le donne s'impadroniscono del governo e si rifiutano di andare a letto coi loro mariti finché non facciano la pace con Sparta, si ha il rovesciamento completo della realtà, poiché le donne erano prive di diritti civili, stavano sotto continua tutela, e non avevano maggiore influenza politica degli schiavi. In maniera molto
latente la felice carnalità senza veli della Lisistrata vuole dire che la sessualità naturale è più sana della violenza, dell'oppressione e dell'imbroglio.


I romani invidiavano questa libertà di parola lasciata ad Aristofane. Durante le guerre civili e sotto l'impero, infatti, fare satira politica era realmente pericoloso e di fronte al rischio di processo, esilio, prigione o morte da parte di un sistema politico e giudiziario opprimente, i nervi dei poeti satirici romani cedettero.
Le condizioni che hanno lasciato libero sfogo al genio del poeta satirico greco raramente si sono ripresentate nel corso della storia.
I satirici hanno sempre dovuto fare i conti con la censura, cercando, quando vi era qualche possibilità, il modo di ingannarla.



Capitolo a se lo fa la satira clericale, satira che potremo definire politica. Essa deve
essere distinta dalla satira religiosa, canzonatura degli dei, o delle credenze in un mondo soprannaturale, come troviamo nelle storie
primitive del buffone, nei saturnali e in mole altre parole irriverenti nei confronti delle cose sacre. La satira clericale è politica nel senso che il clero ha a che fare con la politica. Non
appena una chiesa dallo stato di piccola setta acquista importanza essa ha rilevanza politica. La Chiesa del Medioevo era una vasta corporazione di proprietari terrieri, padrona della maggior parte della ricchezza d'Europa; di cui si serviva per mantenere i monasteri. Ancora nel XV secolo essa aveva il monopolio del pubblico culto, dei matrimoni, dell'educazione e della beneficenza. Essa tendeva a formare uno Stato dentro lo Stato. Non si può dire che tolleranza fosse la parola d'ordine di quest'istituzione: quando si crede fermamente che la meta più importante della vita
umana è l'aldilà e che solo la propria Chiesa può
condurre al cielo i buoni e all'inferno i cattivi, non sarà facile riconoscere i diritti di altre sette, Chiese e tanto meno altre religioni. La Chiesa non solo è uno Stato dentro lo Stato ma anche una società dentro la società, rigidamente gerarchica, con la concentrazione di potere nelle mani dei vescovi e un fortissimo numero di poveri preti alla base della piramide. Poiché nel Medioevo essa aveva il monopolio dell'istruzione è comprensibile che la maggior parte dei poeti fossero ecclesiasti poveri, e che quindi la tensione sociale all'interno della chiesa trovasse espressione letteraria nella satira. La morale ufficiale della Chiesa era, e lo è tuttora, votata alla massima austerità e ha reso difficile sia ai laici che agli ecclesiasti metterla in pratica, in particolare tutto ciò che riguarda il sesso. L'ideale era molto lontano dalla pratica quotidiana e questo accadeva anche con la morale del denaro e del potere. Predicava la povertà ma possedeva grandi ricchezze, affermava che “il mio regno non è di questo mondo” ma il suo potere mondano era grande quanto la parte che essa aveva in politica. Tutto questo avviene anche ai giorni nostri, ed è cronaca recente quella che riguarda le continue ingerenze della Chiesa in questioni che riguardano lo Stato laico come i matrimoni gay o l'eutanasia.



Tra il XV secolo e i primi anni del XVI abbiamo una rifioritura degli studi classici latini e greci: l'Umanesimo. Gli umanisti avevano un programma
educativo che, a canto all'insegnamento del latino classico, indirizzava la mente umana verso ogni scienza. Questo programma era in contrasto con l'educazione tradizionale, il latino della Chiesa, la scolastica e le oscure controversie teologiche. Gli umanisti avevano poca simpatia per i riformatori protestanti, ma si trovavano in conflitto col monopolio educativo esercitato per tradizione dalla Chiesa. É questo lo sfondo del primo libro di Rebelais (1534): Gargantua riceve due educazioni, la prima consiste in una comica serie di sciocchezze medioevali impartite da Maestro Tubal Holofernes e dai dottori della Sorbona, poi in un autentico corso umanistico di scienza, retorica e buone maniere. Dalla libertà di pensiero di questo periodo provengono anche le famose satire: Elogio della pazzia di Erasmo e Utopia del suo amico Sir Thomas More.



Buone condizioni per la satira politica si ricreano nell'Inghilterra della restaurazione, nel XVII secolo. I migliori autori di satira di questo periodo erano all'opposizione del governo e tra questi dobbiamo citare Swift, Pope e Gay. In particolare Swift con le Lettere del drappiere, in cui difendeva la causa degli irlandesi, battendo da solo il governo a proposito di una questione di riforma monetaria, e diventando così l'eroe dei dublinesi dissidenti. É singolare invece la vicenda
che riguarda il capolavoro di Swift, I viaggi di Gulliver, che non ebbe alcuna influenza sensibile sulla scena politica del tempo ma che con la sua satira politica minuziosa e particolareggiata ha sconcertato e divertito lettori di tutti i tempi. Nel primo libro,
Lilliput, parla della follia che si manifesta nel cattivo governo: i lillipuziani hanno poche virtù e sono utopisti. Il secondo libro, Brobdingnag, espone quale sia il buon governo: di fronte a giganti simpatici e intelligenti l'umanità appare meschina e viziosa. Col III libro si torna alla follia: gli abitanti
di Laputa sono pressoché impazziti per essersi dedicati troppo alla speculazione scientifica. Nel IV libro si arriva al colmo: gli Houyhnhnms, popoli di cavalli, rappresentano la virtù, gli Yahoos, gli uomini, la totale depravazione.
Sono insomma gli estremi che la razza umana può raggiungere nella sua condotta. In questa cornice generale sono inseriti molti riferimenti particolari all'Inghilterra dei suoi tempi. Nonostante gli scarsi effetti immediati sulla politica di quest'opera possiamo affermare che Swift fu l'ultimo satirico inglese che in politica stia sulla linea di fuoco.


Se ci interroghiamo riguardo ai rapporti tra satira e politica non
possiamo non tener conto del rapporto che essa ha con il corpo e con la sfera della sessualità. Micheal Foucault (1976) introduce un concetto chiave che è quello di biopolitica. Lo
studioso francese intende per biopolitica il terreno in cui agiscono le pratiche con le quali la rete di poteri gestisce le discipline del corpo e le regolazioni delle popolazioni. É
un'area di incontro tra potere e sfera della vita. In questo contesto, sempre secondo Foucault si inserisce l'azione di resistenza al potere: rivendicare la vita, piena, non alienata, la soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la salute e la felicità. La satira si inserisce in questo frangente. Con la sua carica retorica e con la sua avversione nei riguardi dei tabù sessuali, essa tenta di liberare il corpo dalle pratiche costrittive del sistema economico e
dal controllo esercitato su di esso dall'intrecciarci dei poteri.


Dopo aver fatto alcuni esempi significativi di satira politica e aver
discusso le sue interconnessioni con religione e sesso arriviamo a chiederci: ha questa forma d'arte degli effetti sulla realtà in cui viviamo veramente incisivi? Samuel Johnson ci risponde con una delle sue massime affermando che “la satira politica può badare al mondo dalla Cina al Perù, ma non può curare le ferite del mondo. Nel migliore dei casi, aguzza la nostra sensibilità e ci libera di falsi valori”. E' il ruolo che secondo A.Brilli (1979 p.39) spetta anche alla satira politica nell'era dei media e della cultura di massa: “specie lo strumento televisivo potrebbe permettere il recupero del riso dissacrante attraverso il quale lacerare la narcosi degli imbonimenti delle verità precostituite, intolleranti di ogni verifica”.



Perché essa si affermi c'è bisogno di una notevole libertà di parola come era accettata, per esempio, nell'Atene democratica o nell'Inghilterra del XVII secolo. In secondo luogo ci deve essere un'abitudine tra l'opinione pubblica alla critica politica. In terzo luogo gli scrittori devono aver fiducia nella loro influenza nella condotta politica. In fine gli autori devono poter contare su di un pubblico aperto ai giochi con il linguaggio e agli scherzi, che comprenda cosa egli voglia dire veramente. Facendo un parallelismo con i giorni nostri, ci accorgiamo di quanto sia fondamentale per la satira avere un governo che tuteli i principi democratici e un sistema mediatico libero da censura.



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