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Daniele Luttazzi. Lingua sciolta - lingua legata

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VINCINO. Pagine Scomposte

CORAX. Il grande vignettista serbo contro il regime di Milosevic

La satira: dalla sua definizione alla sua espressione in ambito televisivo. Un confronto tra Germania e Italia

2. Delle origini e del perché della satira
di Steve Penner (tesi di laurea in Scienze della comunicazione - anno 2008)

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Quali sono le motivazioni profonde che hanno fatto nascere e continuano a far vivere la satira? Secondo Matthew Hodgart (1969) l'eterno argomento della satira è la condizione umana, essa è un modo per reagire all'agra vita dell'uomo attraverso un misto di riso e d'indignazione. La satira trae la sua origine da uno stato mentale critico e ostile, provocato dall'irritazione per lo spettacolo dell'assurdità, dell'incapacità o della cattiveria dell'uomo. Se volessimo fare un paragone con il regno animale potremo accostarla allo “spiegamento di minacce”: la collera del satirico mira a far perdere la faccia alla sua vittima attraverso la risata di disprezzo e non attraverso l'attacco fisico manifesto.



Ma come fa la satira, da stato d'animo, a divenire arte? Perché vi sia questo passaggio, bisogna che la denuncia aggressiva, sia congiunta ad elementi estetici tali da cagionare diletto nello spettatore, in modo che si identifichi con l'autore satirico e ne condivida il suo senso di superiorità. L'identificazione da sola però non basta, c'è bisogno di quell'incontro di idee da cui scocca quella scintilla che noi chiamiamo spirito, al di la del soggetto trattato. La satira richiede impegno, un grande interesse nei confronti dei problemi dolorosi del mondo e, nello stesso tempo, un'alta dose di distacco e di astrazione dal terreno ordinario in cui si coltivano tali problemi (per esempio il inguaggio politico o il giornalismo). Per questo motivo un ingrediente imprescindibile della satira è la fantasia; l'autore satirico costruisce un mondo
fantastico in cui convivono una visione fantastica deformante e acuti, efficaci commenti sul mondo nel quale viviamo. Perciò possiamo affermare, parafrasando ciò che diceva la poetessa
Marianne Moore (1962) riguardo alla poesia, che la satira porge “in giardini di sogno rospi veri”.



Quali origini ha la satira? Le origini della satira devono essere molto antiche, se ne trova traccia nei rituali di fertilità nel mondo arcaico. Il linguaggio scurrile, il riso e l'aggressività erano espressione della fertilità, antidoti alla sterilità e alle carestie sempre incombenti. Dalla forma rituale si è poi trasmigrati in forme di satira utilizzata per colpire gruppi ostili e singole persone, era una satira che mirava ad avere effetti pratici.
Come il fine di una lirica d'amore è quello di conquistare la persona amata, così il fine della satira delle origini era quello di avere la meglio sul nemico. Il primo esempio di questo tipo
di satira è il canto di derisione degli Esquimesi: una società in cui la principale punizione nei confronti di chi non rispettava il
resto della comunità era quella di subire un canto satirico che faceva piegar la testa per la vergogna. Un altro esempio è quello dei poetastri irlandesi i quali avevano la fama di “provocare
la morte con un verso” oppure quello di Archiloco, il poeta guerriero che compose un'invettiva talmente efficace contro un tale
Licambe, che gli aveva mancato di rispetto, da far impiccare non solo la povera vittima, ma anche tutta la sua famiglia. Come tutte le composizioni letterarie, naturalmente, la maledizione era tanto efficace tanto più era ben costruita in ritmi suggestivi,abile retorica, argomento pertinente e contenuto vivo.



Questa satira dell'attacco personale connessa con la maledizione è all'origine della moderna satira politica e morale, che vuole destare il pentimento e riformare il costume, ma non ne è l'unica fonte. Senza divertimento, parodia, trasfigurazione fantastica del mondo reale non c'è satira. Come ci spiega uno studio di Paul Radin e C.G.Young (1954) figura tipica della trasfigurazione fantastica delle origini è il Briccone, presente in numerose leggende degli indiani nord americani, in particolare il mito del Briccone rintracciato da Radin presso i winnebago del Wisconsin centrale e del Nebraska orientale che parlano la lingua sioux: un semidio che infrange i più sacri tabù e di conseguenza è radiato dalla società e costretto ad intraprendere da solo un viaggio fantastico. Egli è un anarchico, specie nella condotta sessuale; ha un pene lungo molti metri, fa parte della sua educazione cambiare sesso e portare figli in grembo, è il probabile antenato dell'eroe amorale nel romanzo picaresco. Le sue storie sono narrate in occasioni solenni anche se trattano con leggerezza quello che vi è più sacro nella vita religiosa della tribù. Attraverso le storie del buffone winnebago i membri della tribù sperimentano possibilità che si trovano al di là dello status quo. I due studiosi lo interpretano come un personaggio duplice e paradossale, sociale e insieme antisociale, simbolo e insieme soluzione dei conflitti umani fra desideri istintivi e esigenze
sociali. Attraverso di lui si drammatizzano i pericoli che incombono sugli uomini e la follia cui essi sono inclini.



Questa rottura dei tabù e delle leggi sociali ha una funzione catartica ed è all'origine di feste licenziose come il Carnevale e i Saturnalia, entrambi studiati
in un lavoro ad ampio respiro da Bachtin (1941)
. Essi sono nella loro essenza la glorificazione dell'irresponsabilità, fino al limite dell'anarchia, zone temporali franche che liberando dai vincoli quotidiani provocano un sollievo dalle tensioni sociali.
Non a caso queste feste licenziose costituivano lo sfondo della commedia antica di Aristofane. In tali occasioni particolari era lecito dire le cose più scandalose sulle leggi e la condotta
politica dello Stato; a classi socialmente depresse, come gli schiavi e le donne, si poteva dare libertà di parola, e persino gli stessi dei, nel corso di una festa dichiaratamente religiosa,
potevano essere scherniti. La Commedia Antica era rappresentata durante la festa delle Grandi Dionisiache, ma il dio, in onore del quale si dava, poteva essere rappresentato sulla scena come personaggio volgare: il codardo e spregevole Dioniso de Le
rane
di Aristofane rivolge frasi oscene al suo sacerdote che siede in prima fila a teatro. Jung (1954) trova il corrispondente di queste feste nella chiesa del Medioevo quando esisteva una cerimonia per eleggere un ragazzo vescovo che per pochi giorni sedeva incoronato nella cattedrale, oppure la Messa degli Asini
durante la quale si portavano gli asini fino all'altare maggiore e parodiando il rito sacro gli si faceva rispondere alle domande dei
sacerdoti con delle ragliate, e ancora la festa dei buffoni che rovesciava in modo analogo il rango e le convenienze nella vita
di corte. In tutte queste feste si nota la tendenza all'empietà, all'oscenità e al sovvertimento temporaneo dell'ordine sociale: presentavano parodie satiriche mimate e cantate delle cose stesse che la Chiesa e lo Stato esigevano fossero prese più seriamente, e tutto questo sullo sfondo gerarchico rigido della
società medioevale, che, almeno in teoria, era estremamente liberale.



La satira letteraria è debitrice dello spirito di queste feste. Da Aristofane in avanti si trovano importanti dosi di camuffamento parodistico anarchico in tutte le satire di qualche valore. I grandi satirici non solo attaccano uomini o costumi considerati cattivi, ma creano anche un mondo di sogno, in cui la realtà è parodiata o invertita fantasticamente. Questo sogno può prendere le forme di un viaggio meraviglioso, come l'assurda visita a un intero mondo di uomini nel ventre d'una balena, raccontata da Luciano nella sua Storia vera e imitata da Rebelais nel suo Quarto libro Il viaggio di Patagruel alla ricerca della sacra bottiglia e da Swift ne I viaggi di Gulliver. Oppure può trattare un regno immaginario, una nubicuculia, un'utopia, o antiutopia dove le donne si impadroniscono del governo come in Lisistrata o dove i cavalli comandano sugli uomini , come gli Houyhnhnm di Swift. La satira può attingere alle favole animali come La fattoria degli animali di Orwell allegoria dell'ascesa politica di Stalin; oppure può essere una parodia di qualche grande opera letteraria come quella del poema classico nella Cretineide di Pope: è la verità conosciuta come eroicomica, il mondo solenne di Omero e di Virgilio deformato mediante la volgarità e la trivialità della vita moderna. É questo un piacere che deriva dal capovolgimento dei valori, le convenzioni e gli stili tradizionali.



In questa varietà di travestimenti carnevaleschi, dalle storie del buffone ai poemi eroicomici, l'elemento costante è l'oscenità.
Essa è utilizzata però in maniera radicalmente diversa rispetto all'uso che ne fa la pornografia. Infatti mentre in quest'ultima consiste in una deliberata descrizione di argomenti sessuali al fine di accrescere il desiderio sessuale nel pubblico, nella satira essa è strumentale alla sistematica infrazione
dei tabù che contraddistingue i aturanali. I tabù sessuali, anche nelle società meno puritane, sono fra i più solidi ed è per questo che la loro infrazione nei capovolgimenti carnevaleschi è solitamente catastrofica e
spesso totale. La tradizione dell'oscenità unita alla fantasia letteraria comincia con Aristofane ed è mantenuta dalla maggior parte dei grandi autori satirici pubblici sino ai giorni nostri.



L'altro elemento costante nella tradizione satirica è la scatologia (di cui Rebelais è maestro indiscusso). Oscenità e linguaggio
escrementizio hanno la medesima funzione di infrangere i tabù sociali. E' comune ai personaggi di Aristofane scorreggiare o defecare per paura, come Dionisio ne Le rane, mentre gli Yahoo di Swift fanno spicco per l'urina e lo sterco.



L'oscenità come lo stesso saturnale, ha funzione riduttiva e cioè quella di ridurre gli uomini all'uguaglianza, umiliando i potenti: nella festa, il buffone scambia il posto col re, il corista col vescovo, si confonde la rigida gerarchia. Lo scopo dell'autore è di spogliare nudi gli uomini: tranne per piccole differenze fisiche tutti gli uomini nudi sono simili.



La satira attraverso l'oscenità non solo colpisce il potente ma sgonfia anche l'eroe. Essa è fortemente antieroica o meglio contro al modo eroico di vedere la vita. Lo scopo dell'autore di satire è quello di svelare il falso eroe, l'impostore, il ciarlatano che pretendono un rispetto non dovuto loro.



La satira ha si dei tratti distintivi ma non può essere imprigionata in un genere letterario come l'epopea, la tragedia, la lirica o il romanzo, essa è una categoria speciale di componimento che va controcorrente rispetto agli altri generi. E' Frye in the Anatomy of Criticism (1957,
trad.it. p.299) che ci spiega efficacemente, in poche parole, cosa distingue la satira dalle altre condizioni di letteratura: “La satira richiede almeno un minimo di invenzione fantastica, cioè un contenuto che il lettore riconosca come grottesco, e almeno una norma morale implicita, che è essenziale in una presa di posizione militante nei confronti del mondo dell'esperienza”.
La satira non agisce più come tale “quando il suo
contenuto è reale in modo troppo opprimente. Il suo marchio distintivo decisivo è la sua duplicità focale: moralità e fantasia”.



In una commedia satirica il pubblico è trascinato in un mondo fantastico ma i contenuti del drammaturgo si estendono al mondo reale fuori dal teatro, ai problemi politici e morali chi il pubblico deve affrontare una volta ritornato a casa. Lo scrittore satirico si impegna a fondo nei
confronti dei mali della terra, e s'aspetta che i lettori facciano altrettanto. Per questo il tema preminente nella satira è la politica.



Questo è il campo che offre i maggiori rischi e le maggiori ricompense: la politica è
spesso considerata una cosa sporca eppure il satirico ha dell'eroico quando si presenta in pubblico e si unisce al dibattito mondiale.
Egli però è attanagliato dal doppio rischio di essere impopolare ai suoi tempi e essere dimenticato dai posteri. Egli deve perciò camminare su di un filo appeso in aria e deve mantenere bene l'equilibrio tra realtà e fantasia. Elemento essenziale è quello di affidarsi audacemente al soggetto “impuro”,
mantenendo purezza di comportamento, nell'estetico disimpegno dalle trivialità e dalle banalità della lotta.


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